Socializzare l’APC: la costruzione del sé e il gruppo


Premessa: facciamo un po’ di luce o un po’ di confusione?

Se si considera una definizione della socializzazione, come processo che organizza i rapporti dell’individuo con il gruppo, immediatamente sorgono una molteplicità di problemi attorno alla stessa idea di socializzazione e dei meccanismi che la realizzano.
La medesima condizione “è socializzato” non ha un valore assoluto. Questa condizione è sempre relativa ai valori che reggono il gruppo.

Quindi, volere fare ordine sul concetto, sulla pratica ed i meccanismi della socializzazione è un po’ come vedere l’effetto del vento sulle foglie autunnali. Volerne seguirne complessivamente i singoli decorsi implica una osservazione clinica. Il rischio è quello di perdere il controllo e la percezione del turbinio.

In psicologia la socializzazione è considerata come un processo di apprendimento, tramite il quale il soggetto diventa membro riconosciuto e cooperante di un gruppo.
Il soggetto deve adeguarsi gradualmente ai modi di vivere della cultura del gruppo di accoglienza, rinunciando ad alcuni suoi bisogni immediati o modificandoli, relativamente alle esigenze del gruppo. La socializzazione, quale il processo di crescita, è diretta a conformare il comportamento e la condotta del soggetto alle richieste della scuola, o della classe.

1.

E’ interessante leggere le definizioni sui dizionari della lingua italiana.
I sinonimi di socializzazione sono dell’ordine: collettivizzazione, statalizzazione, municipalizzazione, nazionalizzazione.

Socializzare = rendere sociale, trasferire ad una collettività, trasferire un bene ad un gruppo, mettere a disposizione del gruppo.
Socializzazione = operazione e risultato del socializzare. Inserimento in un gruppo, in una comunità, in una società, nella classe.

L’altra faccia della medaglia della socializzazione è l’integrazione, nelle definizioni, leggiamo: completamento, compimento, perfezionamento.

Perciò: tramite la socializzazione si attua un processo di integrazione (e viceversa). Vale a dire: mettendo qualcosa a disposizione del gruppo, il soggetto si completa e si perfeziona.
Quindi, in psicologia consideriamo il completamento ed il compimento del soggetto, che, tramite lo scambio con gli altri, riconosce se stesso e costruisce la propria personalità.
Vale a dire: la crescita del soggetto, del suo Io, avviene grazie agli scambi progressivi che intrattiene con il suo ambiente (nutrice) circostante.

La socializzazione influisce sullo sviluppo della personalità, e, ai fini della socializzazione, l’apprendimento del linguaggio riveste una fondamentale importanza.

2. Una prima conseguenza

Data questa fondamentale lezione sulla socializzazione e sulla integrazione (= completamento), rimane da sapere se, nella scuola, l’integrazione del ragazzo APC è da considerare quale completamento della sua crescita (un suo compimento) o un complemento e compimento del gruppo.
Vale a dire: la socializzazione di un allievo nella sua classe, serve al funzionamento – senza intoppi – del gruppo o serve alla crescita e alla integrità del ragazzo?
Certamente, l’uno (funzionamento del gruppo) non è esclusivo dell’altro (integrità del ragazzo), ma, neppure, l’uno include automaticamente l’altro.

Il crocevia tra socializzazione e crescita interiore. Ogni determinata attività scolastica, progetto pedagogico e quant’altro può idealmente venire misurato.

3. Il senso comune

Nelle righe precedenti abbiamo ricordato le definizioni “dotte”. Quelle definizioni, non implicavano l’omogeneizzazione al gruppo. Ora consideriamo il senso comune.
Considerando la pratica quotidiana della socializzazione, perlopiù osserviamo come questa non considera gli elementi precedentemente trattati.

Osserviamo che questa pratica si basa sui dei modelli, prevalentemente impliciti, che considerano lo stare nel gruppo, uno stare normale – uno stare nei rapporti fra le persone del gruppo classe – uno stare che si costruisce negli standard: insomma, anima una definizione che si basa sul fare, dove per fare si considera il riprodurre tutti la medesima cosa.
Questa idea suppone quindi una sovrapposizione tra essere e fare (o annullamento, dell’essere nel fare). In verità non considera ciò che il soggetto può apportare al gruppo e ciò che il gruppo potrebbe apportare al soggetto. Non considera il contenuto (significato-senso) della socializzazione.
Questa idea, confonde soggetto e gruppo. Non distingue più bene cosa sia l’uno e cosa sia l’altro. Quali meccanismi regge l’uno e quali bisogni regge l’altro. E così via …

Quindi ci troviamo su di un crocevia, un’interfaccia fra aspetti che concernono il gruppo, le sue regole ed i suoi meccanismi, e che concernono il soggetto e il suo sviluppo.
I modelli della socializzazione, presuppongono che “mi completo quando socializzo”, vale a dire creo strette connessioni e reti di significato.
L’avere socializzato (avere messo in comune, condiviso le regole ed i ritmi del gruppo) definisce l’essere socializzato. Ma questo essere socializzato implica anche il sentimento “sentirsi socializzati”?
Il punto di vista del soggetto non corrisponde necessariamente al punto di vista gruppale. Io posso bene vivere in una società iper competitiva senza condividerne le premesse e gli sviluppi. Posso ben avere socializzato, ma nel contempo non sentirmi parte del gruppo. Trattiamo quindi di una forma di adattamento (iperadattamento1) che non comporta un beneficio identitario, narcisistico, cognitivo e quant’altro per il soggetto.

Insomma, rimane tutto da vedere (e valutare) se, come e quando, lo sviluppo identitario del ragazzo APC si sviluppa “socializzando” in classe, adattandosi alle regole (quali regole?), rispondendo alle aspettative gruppali, standard, facendo le medesime cose degli altri, aspettandone i ritardi (ritmi) e così via.

In verità tutto ciò potrebbe essere valido per ogni ragazzo.

4. Il docente

Socializzazione e integrazione implicano il gruppo.
Gruppo = insieme di persone o cose vicine, riunite connesse fra loro.
Connessione = legame stretto.

Il docente ha un ruolo connettivo, dunque (… connettivo = che serve a collegare, nutrire, proteggere i vari elementi).
Considerando l’allievo APC, la sua socializzazione e crescita interiore, il primo obiettivo del docente sarà quindi quello di oltrepassare la pratica implicita della socializzazione, per costruire una rete di significati.

5. Il ragazzo APC, la socializzazione e la scuola

Quando si dice che un bambino non è socializzato nella classe, cosa si vuol dire? a cosa si pensa? Vuol dire che non ha amici?
Vuol dire che non gioca con gli altri? Vuol dire che non utilizza il medesimo vocabolario e la medesima costruzione morfo sintattica?
Vuol dire che non rispetta le regole?
Vuol dire che non partecipa alle discussioni, che non fa domande, oppure ne fa troppe?
Vuol dire che parla troppo, o troppo poco?
Se poi per socializzazione consideriamo il rispetto delle regole e della giustizia, la genesi, lo sviluppo e le tappe del pensiero morale nel bambino …

Tutto ciò fa pensare ad una misura. Ci deve essere da qualche parte un’idea su ciò che è normale.
Qualche cosa che, qualora fosse oltrepassato, si distanzierà poco, oppure tanto, dalla norma.
Ma qual è questa idea?
In verità, l’idea è il consenso. “Si fa così”, non c’è una spiegazione 2 .

Questo è normale, questo non lo è; molto difficile per me circostanziare la domanda del docente e del genitore. Dire che un bambino non è socializzato, quando non partecipa a delle attività gruppali, può avere un significato solo se questa affermazione intravvede la sofferenza e la solitudine di un allievo.
Altrimenti è una domanda senza senso.

Il risultato della socializzazione non è buono in sé: è buono quando è conforme alle attese degli adulti, dei gruppi sociali, della scuola, o del docente, vale a dire di una istanza che gode di prestigio, di influenza, di un potere, capace di far valere le proprie aspettative ad esclusione di tutte le altre.

Se la socializzazione viene considerata quale processo di integrazione nel sistema, e delle regole dell’agire sociale di quel sistema, le finalità consistono nel interiorizzare i modelli normativi e valori che definiscono quel sistema.

6. Il tema della socializzazione è un segno della resistenza a considerare la specificità del ragazzo APC?

Una delle questioni che la scuola solleva è così riassumibile:
“sì, sì, adesso l’abbiamo capito, il vostro figlio è proprio molto intelligente. Però non partecipa alle attività, ma vede ora è molto solo e non sta nel gruppo. Insomma è importante che socializzi”.

Allora, la questione della gestione del ragazzo APC a scuola si trasforma. Attua una metamorfosi. Separa l’affetto dalla cognizione, separa la socializzazione dalla comunicazione, separa il gruppo da quanto il gruppo fa.
E mi domando: cosa regge quella preoccupazione? È una preoccupazione retta da una questione eticamorale? È una questione estetica? È una questione di regole da accettare? È una questione di crescita? È una questione narcisistica? Che tipo di questione si tratta?
La socializzazione è un valore in sé, un obiettivo in sé e per se, oppure è uno strumento per la propria affermazione? Oppure quant’altro?

Faccio un esempio: un tappetto, in una squadra di pallacanestro, fa gruppo?
Altro esempio: un tamburino, in un quartetto d’archi, fa gruppo?

Certamente si può dire: per determinate musiche, per determinate esperienze ed emozioni un tamburino può diventare assolutamente una cosa fantastica, ricca, creativa, emotivamente coinvolgente.

Ciò è assolutamente vero e, direi, pure auspicabile.
Ma, relativamente al valore socializzante questo esempio non indica un valore assoluto, indica un valore relativo alla esperienza concreta (a meno di attaccarci alla bandiera, come uno tiene e tifa per la sua squadra, per la patria o quant’altro).
Per salire ad un punto di vista pratico la questione diventa: Dobbiamo aiutare il bimbo APC a socializzare? SI.
Dobbiamo aiutare il bimbo a stare sempre con i suoi compagni di classe e fare i loro giochi, con i loro ritmi e le loro rappresentazioni? NO.
Dobbiamo aiutare il bimbo APC a entrare nel gruppo dei pari, o dobbiamo aiutarlo ad uscire da quel gruppo, gruppo nel quale molto parzialmente potrà specchiarsi?
Oppure dobbiamo aiutarlo ad ENTRARE ed USCIRE a seconda delle circostanze, del contesto e delle richieste?

Oggi, si parla troppo della socializzazione come fosse una cosa, una reificazione 3 . Una misura con delle unità di misura. Tu hai tanti punti di socializzazione perché hai ritagliato le figurine assieme agli altri. Tu avrai altri punti socializzazione quando scriverai per bene tutti i calcolini … quando alzerai la mano ma non parlare troppo senza essere interpellato … e poi non dire cose fuori luogo …
O del genere: non fai parte del gruppo allora sei malato. Non fai parte del gruppo allora non stai bene.

Ma chi vuole uscire dal quel gruppo, propriamente perché non lo fa stare bene, cosa deve dire?

Ecco noi crediamo che il gruppo è fondamentale, ma non qualsiasi gruppo. Il gruppo serve alla crescita, al proprio narciso e alla scoperta e alla crescita di sé.
In alcuni casi i docenti dicono: si d’accordo, ma Pierino vuole fare ed essere come gli altri. Quindi?
Ripeto quanto scritto in precedenza: data questa fondamentale lezione sulla socializzazione e sulla integrazione (= completamento), rimane da sapere se, nella scuola, l’integrazione del ragazzo APC è da considerare quale completamento della sua crescita o quello del gruppo.

I gruppi vanno condotti in maniera concreta, con progetti concreti, con obiettivi concreti, con strategia e didattica, come una partita di calcio, ognuno con un suo ruolo e una sua posizione. E poi è finita.

7. Intellettualizzazione (un’altra resistenza)

L’intellettualizzazione è una difesa 4 . E’ un processo in cui il soggetto cerca di dare una formulazione intellettuale ai propri conflitti e alle proprie emozioni. In particolare con la preponderanza data al pensiero astratto, rispetto al riconoscimento degli affetti, delle proprie paure e dei propri fantasmi.

Va portata un’attenzione profonda sugli aspetti legati alle relazioni. I genitori devono vegliare affinché i loro bimbi non vengano spinti unicamente sulla strada dell’arricchimento o della accelerazione intellettuale. La strada emotiva ed affettiva è fondamentale.
L’investimento epistemologico (cognitivo) non è di per sé sufficiente. Indispensabile si, ma rischia di essere insufficiente.
Quello della intellettualizzazione, però, è un tema che i docenti sembrano sollevare a scuola, oltre che molti psicologi.
Che sia frutto di una reale comprensione dell’APC o (ancora) una resistenza è ancora tutto da valutare: poco importa se il soggetto APC ha un funzionamento neuropsicologico differente, poco importa se il suo modo di funzionare è intuitivo, poco importano la sua arborescenza o le maggiori interconnessioni neuronali fra i due emisferi cerebrali, poco importa la sua precocità …

Per noi, è francamente difficile considerare che la precocità sia frutto di difese psicologiche. E’ possibile immaginare delle forme di difesa nevrotiche, quali l’intellettualizzazione, a due, tre, quattro anni di età?
Per la maggioranza è una resistenza. Issano le emozioni e le relazioni, anteponendole all’intelletto, quale baluardo della salute dell’allievo; quale barriera al “troppo” intellettuale.

Ancora troppi operatori scolastici confondono “gruppo” e “gregge”. In verità si basano troppo sull’ opposizione tra affettivo ed intellettuale. Scindono il bimbo, da un lato l’intellettuale (troppo) e dall’altro l’emotivo (apparentemente troppo poco), come se la scuola fosse un luogo terapeutico, anziché istanza di socializzazione, oltre che istanza di apprendimento.

Ma il fatto è che, con i ragazzi APC, senza il loro riconoscimento, la scuola non può essere, non potrà mai essere, una istanza di socializzazione, perché non è nemmeno una istanza di apprendimento!
Non c’è il collante insomma.
Ma non ci sono nemmeno gli oggetti (soggetti) da associare.
Insomma, se queste sono le premesse non è nemmeno fonte di intellettualizzazione. Altre sono le difese che solleticherà.

Se un sogno è il tuo sogno, quello per cui sei venuto al mondo, puoi passare la vita a nasconderlo dietro una nuvola di scetticismo, ma non riuscirai mai a liberartene. Continuerà a mandarti dei segnali disperati, come la noia e l’assenza di entusiasmo, confidando nella tua ribellione”. (Fai bei sogni, M. Gramellini, Longanesi, 2012, pag. 114)

Come e quando io stesso dovrei socializzare con un gruppo di chirurghi specializzandi in un corso di aggiornamento?
In questa immagine sta tutta la questione dell’apprendimento e della socializzazione.

Certamente, non bisogna mirare tutto ai soli arricchimento ed accelerazione degli apprendimenti. Basarsi unicamente sulle conoscenze enciclopediche non è sufficiente, perché sin dalla più tenera età, non vanno trascurate le difficoltà a stabilire dei legami con gli altri e incoraggiata unicamente la loro intelligenza. I soggetti APC, possono e sono pure soggetti delusi, amareggiati, frustrati, sensibili dalle emozioni forti …

8. pareri, testimonianze

“Io son del parere che uno non deve stare per forza nel gruppo se non ci si trova, anche perché credo che alla fine ci si omologhi e in genere l’omologazione avviene verso il basso in quanto verso l’altro comporta fatica”.

“Mamma a me non piace il loro modo di giocare, mi annoio! , preferisco stare sul tappetone a leggere, a guardarmi i quaderni … a me piace giocare, ma con voi adulti, o con mio fratello …”

“Fare branco” (o piccoli branchi, è lo stesso), ci sono ancora queste differenze nette? Io penso di no, non ci sono gli APC da una parte e i semi-idioti dall’altra, è un continuum, e, anche se c’è una differenza di funzionamento, non c’è una rottura netta. Secondo me è il sistema a creare la rottura tra chi si adatta facilmente e chi no. Secondo me se si considerassero gli APC delle sentinelle, come auspica O. Revol 5, sarebbero in tanti a beneficiarne”.

“Io, dai 14 anni, per sopperire al fortissimo senso di diversità (apc e dsa) avevo imparato ad usare l’intelligenza cognitiva per fare in modo di usare al meglio tutte le convenzioni sociali e portarmi ad essere al centro del gruppo sempre! Ero brillante, avevo sempre la parola giusta al momento giusto, apparivo sicura, ero divertente … ecc. … MA CHE NOIA!! (…)reduce da questa esperienza non insisto affinché i miei figli socializzino con tutti, preferisco che lo facciano con bambini con i quali si trovano bene affinché possano comprendere il valore dello stare insieme con piacere e dell’amicizia. Certo cerco di farli stare il più possibile con i loro amici di scuola e con altri bambini plusdotato ed ho notato che con i bambini come loro hanno uno schema di socializzazione molto diverso, molto più coinvolgente. Alla fine hanno trovato degli amici con i quali stanno bene insieme e tutti quanti preferiamo stare per i fatti nostri invece che avere finti, superficiali e forzosi rapporti sociali. Spero sia la strada giusta ma a me faceva stare male quando venivo buttata come in un’arena in mezzo ad altri bambini e mi dicevano “Non puoi stare per i fatti tuoi sempre…. dai vai a giocare!”

“E poi siamo rimasti coinvolti dall’idea che ogni bambino deve adattarsi alla scuola, che ognuno deve fare uno sforzo di adattamento, che ogni allievo deve adattarsi, che l’adattamento è una delle dimensioni deboli dei bambini plusdotati. Che imbroglio e quale confusione psicopedagogica e quale moralismo con questo concetto di adattamento … In verità nostro figlio iper adattato fa tutto quanto gli si chiede, non risponde male, è educato, paziente, sensibile, solidale con i più deboli, a parte il banco nulla i docenti hanno da ridire (manco si sono accorti del suo disagio). Fino a quando
Eccola sua socializzazione. Forse meglio sarebbe se, invece di esplodere quotidianamente con/contro le sorelle, la madre e il padre all’uscita della scuola alle 16 lo facesse in aula. Così invece di consolare noie e contenere noi, le sue quotidiane frustrazioni, il suo quotidiano disagio e nervosismo crescente, lo farebbero altri, magari un SMP o qualche pediatra … Direbbero poi che la colpa è dei genitori. Questo il tenore dei messaggi di nostro figlio: “non posso fare la metà di 5”, “mi fanno fare i fogli DIMAT livello F di terza, ma sono come quelli che continuiamo a ripetere da mesi”, “ancora facciamo calcoli e schedine, ancora facciamo esercizi di ortografia” … . Molto francamente: nostro figlio in due anni di scuola oltre ad aver imparato ad annoiarsi, a mantenere l’autocontrollo lungo il lungo arco di tutta la giornata e non fare vedere il proprio tedio e la propria irrequietezza non ha imparato nulla! Eccola sua socializzazione.”

“Intanto il linguaggio è sempre più ricco di espressioni scurrili (e passi). A ogni frase la parola “cosa” ricorre a iosa. Prima non la diceva mai. E’ sempre meno preciso e sempre più confuso. In prima già leggeva perfettamente. Sempre con questa idea dell’arricchimento nostro figlio ha uno schedario di mate, uno di francese, uno di grammatica e uno di ortografia. In prima già scriveva tutto (tutto) correttamente. In seconda faceva ancora schede differenziate di ortografia (SCI-SCE; CHI-CHE, HAHANNO; ecc. …). In terza per arricchirlo deve rifare tutto un’altra volta, ma con uno schedario nuovo. In verità ci avevano detto che bisognava verificare le sue competenze ortografiche. Ma non lo avevano fatto?”

“… una soluzione parziale l’abbiamo trovata. Ci siamo rivolti a strutture educative private (lezioni private). Il tutto ci costa diversi biglietti da 100 al mese (e per questo dobbiamo ricorrere a qualche ora di lavoro extra).
Nostra figlia così sta meglio. S’impegna, è contenta delle cose extra … intanto a scuola vivacchia. Ogni tanto si lamenta, ogni tanto non ci vuole andare, ogni tanto si crede una stupida. Quanto alle note poi, beh chi se ne importa …”

9. essere come gli altri (ancora una difesa)

Ci sono bambini APC che hanno “deciso” di non essere differenti dagli altri. Non vogliono fare cose differenti dagli altri.
Insomma:
– hanno scoperto il dolce far nulla?
– evitano l’impegno per l’ansia di prestazione?
– vogliono essere come gli altri?
– vogliono mescolarsi agli altri, perché la pigrizia prende il sopravvento quando si tratta di apprendimento intenzionale, diretto e consapevole?
Chissà.

Intanto la prima constatazione è che tutto ciò deriva da una errata impostazione scolastica. Perché tutti fanno le medesime cose? In un contesto di differenziazione ciò non dovrebbe esistere.
Ma se siamo in un contesto differenziato, perché il bimbo teme le vertigini?

E’ notorio che il ragazzo APC evita le situazioni di apprendimento intenzionale, situazioni che implicano un controllo ripetuto degli aspetti computazionali.
Evitano di fare lo sforzo, non si abituano allo sforzo.

Invece, il ragazzo APC deve (imperativo!) essere aiutato a sviluppare le proprie competenze. La questione, in poche parole, è la seguente: l’essere come gli altri implica il fare come gli altri, quindi, per lui, il disimpegno. Il docente non deve essere allinearsi all’evitamento 6 dell’allievo.

10. Infine: per semplificare

Dire: “questo bambino deve fare parte del gruppo, deve rispettare le regole come tutti”, è la stessa cosa che dire “deve imparare la matematica (il francese, l’italiano, il tedesco …) e le sue regole, come tutti”.
I fatto sono:

  1. che queste materie non sono un blocco granitico, sono insegnate a tappe
  2. che l’apprendimento di questa materia implica una finalità.

Allora la domanda diventa: quali le finalità
-dello stare nel gruppo?
-del fare nel gruppo?

Ecco, proviamo a coniugare questi verbi: stare, fare, essere, divenire, evolvere, formarsi, integrare, nella cornice della socializzazione.

Il concetto di socializzazione che deve interessarci qui, l’accezione che vogliamo dare al concetto e alla realizzazione di una socializzazione, deve essere retto dallo sviluppo dall’Io del bambino. Quanto ci interessa come processo di socializzazione è sapere come, quando, dove, con chi e perché è utile e necessario socializzare, affinché il bambino possa crescere, con un Io forte.
Il gruppo non è un gregge. Il ragazzo non deve socializzare, in astratto. Il ragazzo non deve stare nel gruppo, per il gruppo, in un fare fine a se stesso o funzionale al solo gruppo.
Nel gruppo, il ragazzo APC deve trarre alimento per la sua crescita, vivere esperienze e spazi ludici adattati alle sue competenze e necessità.
Lo stare nel gruppo può permettere di fargli condividere le sue esperienze, come gli pone il problema della forma che vuole dare alle sue competenze.
Vanno organizzati progetti specifici, gruppi di apprendimento cooperativo, magari sorretti dal modello delle intelligenze multiple.
Una socializzazione significa una realizzazione di qualcosa che è messo in comune o fatto in comune.

“Io me ne frego abbastanza che ci siano differenti mondi nel medesimo mondo e che si debba restare nel proprio. Io non voglio che il mio mondo sia un sottoinsieme A che non possiede nessuna intersezione con altri (B,C, o D), che il mio mondo sia una patata impermeabile tracciata sull’ardesia (lavagna), un insieme vuoto.
Io preferirei essere altrove, seguire una retta che conduca da un luogo dove i mondi comunicano tra loro, dove si ricoprono, dove i contorni sono permeabili, dove la vita è lineare, senza rotture, dove le cose non si arrestano brutalmente, senza ragione … A volte mi sembra, che all’interno di me qualche cosa faccia difetto, un filo capovolto, un meccanismo difettoso, un errore di fabbricazione, mica qualche cosa in più, come si potrebbe crederlo, ma qualche cosa che manca”, Delphine de Vigan, No et moi, Le livre de Poche, pag 76-77, traduzione del sottoscritto).

Giovanni Galli, psicologo, psicopedagogista


Note

1 Certamente, il fare come gli altri può essere salutare, permette di evitare guai. Salvare la pelle non è disdicevole. Quando i bambini si sentono bene con se stessi, sono disposti a prendere più rischi accademici e sociali. Per i bambini dotati, questo è particolarmente importante perché se non prendono rischi accademici, tendono a sentirsi annoiati ed insoddisfatti. Non solo. Sviluppano un falso sé, oltre che evitare di sviluppare le proprie competenze esecutive . torna al testo

2 Così scopriamo una sofferenza del gruppo, una difesa reattiva alla differenza del ragazzo APC stesso, nel gruppo che non sopporta i suoi interventi. torna al testo

3 La reificazione, nella filosofia, è la trasformazione (nella coscienza umana) dei rapporti sociali, che intercorrono fra gli uomini, in apparenti rapporti tra cose. In psicologia si tratta di reificazione quando dei concetti sono trattati come fossero realtà. torna al testo

4 La difesa non è negativa, non necessariamente. E’ il senso comune che ci fa pensare e che ci fa dire erroneamente che è negativa. torna al testo