A proposito del numero 0

Quello dei “REALISMI” é un concetto sicuramente gravido; molti i suoi significati, usato in vari dominii del pensiero, delle scienze, delle arti e delle politiche. Normalizzato e dilagato nella vita quotidiana, tanto da non accorgersi più della sua diffusione a macchia d’olio.

In psicologia dell’età evolutiva (quella che corrisponde un po’ alla mia formazione) il termine di “Realismo” si riferisce a delle competenze specifiche. In particolare la capacità del bambino di riprodurre quanto più fedelmente riesce (tramite il disegno) la realtà, un oggettino, una persona, una casa, ecc … Ecco così che ci sono delle tappe del realismo: da quello mancato, vale a dire che nel suo risultato il bambino non é riuscito nel suo intento di “riproduzione fedele”, a quello fortuito, intellettuale, visivo, … tappe che vedono il bambino raffinare le sue capacità e ciò nel senso di un avvicinamento progressivo alla riproduzione fedele.

Nella vita quotidiana, quanto all’atteggiamento ad esso corrisposto, vediamo pure che é un termine che tende ad invitare o descrivere degli atteggiamenti che con il desiderio, la creatività e l’utopia hanno poco a che fare. “Sii realista …” é uno degli inviti che regolarmente vengono dati al cospetto di chi non vuole o non può piegarsi.
Invito che vuole denegare la frustrazione del soggetto creatore o del soggetto utopista.
Tanto presente nella vita quotidiana da non accorgersi più dei suoi abusi.

Allora, definizione, descrizione di comportamenti (competenze), o predizione?
Immagine o specchio?

Il testo perché il “realismo” ha il sopravvento? funge da introduzione al presente numero di Calicanto. In esso il sottoscritto attraverso la questione dell’apprendimento del disegno nella scuola – apprendimento che generalmente si realizza assieme alla caduta del potere creativo dell’infante, vale dire quanto più il disegno diventa realista tanto più diventa sciatto – pone il problema del segno, del segnare, del lasciare tracce significative del proprio esistere. Si constata che accanto all’apprendimento tecnico del disegnare e dello scrivere – ambedue relizzazione del segnare – c’é un totale decadimento emotivo rispetto ad essi. Infatti se il ragazzo impara a scrivere e a disegnare non scrive e non disegna.
“Ma allora scopriamo che quella del disegno non é che una metafora.
Metafora del segnare, del lasciare tracce del proprio passaggio, dove le vesti del disegno raggiungono quelle della parola scritta o orale; le possibilità residue del soggetto per manifestare, esprimere, narrare la propria soggettività.
Ma anche metafora dell’insegnamento reale, del suo messaggio; dell’economia sua. Quella della trasmissione di segni, di simboli o messaggi; delle narrazioni della presenza del soggetto e dello spazio accordato/occupato al/dal soggetto. Dello spazio ancora accordato al segnare”.
Questo scrivevo nell’articolo citato …

Ed é questo testo che funge da partenza, che pone il problema dell’educazione, di alcune sue forme, finalità, significati. Ed é proprio questo testo che é stato proposto quale percorso indiziario ai vari collaboratori. Un invito a sorvolare alcune tracce del realismo. Un invito, sicuramente, a farlo in maniera del tutto personale, soggettiva. Ogni collaboratore lo riceve come traccia per sviluppare poi proprie personali suggestioni. E ciò senza dovere necessariamente rispondere ai molteplici quesiti aperti. Un invito a persone di formazioni differenziate, al fine di smascherare quanto più possibile le complicità tra le sue significazioni, scientifiche, letterarie, politiche e inviti alla cosiddetta ragionevolezza … sii realista …

Così Karin Adrian von Roques nel suo testo Sulla superfice dell’arte descrive come l’occupazione dello spazio nell’arte orientale non corrisponda in nulla alla nostra. Ciò consegue a una Weltanschaung e ricrea delle Weltanschaung che con il realismo visivo niente hanno a che fare.

Eleonora Fiorani in Pensare per immagini ci conduce con “l’incatamento dell’immagine”, alle prospettive epistemologiche costruttiviste moderne; dove ci si ricorda che “Le rappresentazioni sono “simulazioni”, “messa in relazione”; non si dice niente del mondo, ma si dice il nostro rapporto con mondo e le forme delle nostre categorizzazioni, o azioni o emozioni”.

Michel Thévoz in Un Requiem per la creatività fa una forte critica alle pedagogie reali. Troppo sovente la creatività é mal capita e abusata. La separazione fra materie cosiddette scientifiche e materie artistiche non é che l’effetto di un punto di vista strettamente utilitarista. “Nel contesto scolastico attuale gli insegnati che pretendono sviluppare la creatività, in verità, sono gli ostaggi di un sistema tecnocratico che desidera riscattarsi una buona coscienza”.


Fatto sta, troppo indifferenziati e confusi sono i fili che conducono i “REALISMI” in ogni sfera del umano vivere. Il “realismo evolutivo” del soggetto (il lento avvicinarsi del soggetto alla rassegnazione) che così bene corrisponde al cosiddetto “realismo politico” é sospetto. Tutte e due sono un abbandono del desiderio, una commistione e un imbarbarimento dell’uno a dispetto dell’altro.

Ecco perché il numero 0 di calicanto porta il titolo di “REALISMI?”al plurale, con punto di domanda. Indagarne i suoi territori che sono molteplici (ecco il plurale), interrogarne le variazioni (ecco il punto di domanda), tanto da capire e scoprire quanto c’é di non “realista”, eppure vegeto …


I prossimi due numeri di Calicanto in cantiere: “Segregazioni” e “Reificazioni” desiderano trattare, rispettivamente, il primo delle forme di esclusione fisica, sociale, culturale, negli ordini dei discorsi dai quali traggono origine (o sono frutto), come nelle forme di pensiero ed educazione che li giustificano, ecc … ; il secondo vuole approfondire come concetti evolutivi quali “disadattamento” o “squilibrio”, tendono a diventare per l’appunto delle reificazioni, e per esso ancora delle esclusioni.