Giovanni Galli, Sonlerto, 29 agosto 2025.
Dalle enciclopedie siamo passati ai motori di ricerca. Dai motori siamo arrivati all’intelligenza artificiale, con ChatGpt, gemini, eccetera
Ebbene questa IA mi inquieta, per molti aspetti che qui non voglio discutere. Il punto è che l’intelligenza artificiale esiste e si sta sviluppando in maniera esponenziale. Far finta che non ci sia non serve a nulla.
Allora ho chiesto all’intelligenza artificiale cosa dice in proposito.
Ecco la risposta.
“Integrare l’intelligenza artificiale nella scuola significa, prima di tutto, accettare che la conoscenza non è più una sequenza lineare da trasmettere, ma una rete dinamica da esplorare. Le tecnologie intelligenti (o meno), infatti, non offrono soltanto risposte più rapide, ma modificano la struttura stessa dell’apprendimento: diventano ambienti di pensiero, spazi in cui gli studenti possono porre domande, generare alternative, collegare concetti distanti. La scuola, dunque, non dovrebbe ridurre l’IA a un semplice strumento di supporto tecnico, bensì considerarla un compagno epistemico, una sorta di specchio che stimola nuove domande e apre possibilità inedite di comprensione.
In questo quadro, il ruolo dell’insegnante non si esaurisce nella trasmissione dei saperi, ma assume sempre più i contorni del mediatore critico e del curatore dei percorsi. L’IA può proporre infinite informazioni, ma spetta al docente fornire criteri, senso, direzione, aiutando gli studenti a distinguere ciò che è rilevante da ciò che è secondario, ciò che è vero da ciò che è verosimile. In altre parole, l’educazione diventa un esercizio di pensiero sistemico, in cui la conoscenza si costruisce attraverso interconnessioni e riflessioni condivise.
Per gli studenti plusdotati questo scenario è particolarmente interessante. L’IA, se ben usata, diventa un acceleratore di possibilità: permette di seguire percorsi personalizzati, di accedere ad approfondimenti interdisciplinari, di sperimentare linguaggi e strumenti creativi. Può rappresentare un “mentore artificiale” (in assenza di mentori in carne ed ossa!) capace di stimolare la loro curiosità inesauribile, di offrire nuove sfide quando la scuola tradizionale rischierebbe di rallentarli. Tuttavia, il rischio è che l’IA venga utilizzata solo per rendere i contenuti più semplici o più rapidi, riducendo così la complessità che invece i plusdotati ricercano e di cui si nutrono. L’uso formativo dell’IA, in questo caso, non dovrebbe mai essere quello di abbassare il livello, ma di ampliare gli orizzonti.
È allora fondamentale che i docenti accompagnino gli allievi gifted non solo nell’uso tecnico dello strumento, ma soprattutto nell’uso critico e creativo: come interrogare un algoritmo? come valutare la qualità di una risposta? come trasformare un output generato in una nuova domanda di ricerca? La vera sfida non è dare risposte più veloci, ma mantenere vivo il processo di pensiero, stimolando connessioni, confronti, ipotesi. Così, l’IA non diventa un surrogato del pensiero, ma una palestra per rafforzarlo.
In questo senso, la scuola che integra l’intelligenza artificiale non perde la sua funzione educativa, ma la rinnova profondamente. Non è più solo il luogo in cui si apprendono nozioni, bensì lo spazio in cui si impara a dialogare con le macchine, a interpretare dati, a riconoscere limiti ed errori degli algoritmi. Per i plusdotati, questa diventa un’occasione per allenare il loro talento divergente, il pensiero analogico e la capacità di vedere oltre l’immediato, trasformando l’IA non in una scorciatoia, ma in un trampolino verso la complessità”.
Mi riprometto di tornarci.